disegno di Mario Bianco

Isole di Sergio di Mario Bianco ©

 

Delle volte c’è qualcuno che mi fa: Sergio ma tu non vai mai da nessuna parte? io non vado in nessun posto. no. io non vado. sto sempre qui. io sono stato sempre qui. io una volta andavo magari col tram fino in centro. poi non ci sono andato più. vado a piedi. perché è meglio. io fuori del mio quartiere non ci vado più da venti anni. solo all’ospedale ho dovuto andare due volte per farmi operare. sono sempre andato a piedi da un certo punto in poi. io vado a piedi e consumo scarpe ma poi me le riparo da solo perché sono ciabattino calzolaio calegaro rifinito eccetera. fino a certo punto il mestiere l’ho fatto bene lì a casa mia ma poi m’è mancato il materiale che non c’avevo più soldi per comprarlo. però sto sempre lì nella portineria di una volta della mia mamma. poi facendo io le pulizie della casa di piani quattro che la tengo come uno specchio il padrone mi fa lo sconto totale del fitto. uno mi dice: te Sergio non hai mai visto il mare. io dico: da piccolo in colonia. tanto io viaggio qui. io viaggio da qui alla parrocchia dove don Benini mi dà lavori svariati anche pesanti. non si mangia male da lui anche con gli stranieri di tutte le razze che sono tanti. io dagli stranieri ho imparato un sacco di cose. io con loro viaggio dappertutto. loro dicono di qui e di là di cascate deserti giungla serpenti scimmie navi guerrieri guerre carriarmati morti scannati e io capisco tutto. tante volte mi spavento e vedo tutto. così viaggio benissimo dentro le storie degli stranieri. c’è poi un africano nero lucido che conta benissimo del Senegal e io vedo tutto quello che dice. dice cose straordinarie. fa dei gesti come se le onde del suo grande fiume fossero qui e le vedo le sento anche il rumore delle cascate per esempio. canta anche delle belle canzoni e fa il muratore dove capita. io non ho bisogno di viaggiare in giro per il mondo perché viaggio già in casa mia per le scale fino alle cantine e la conosco da cima a fondo. io non invidio nessuno che va al mare. tanto l’ho già visto. però io so tutta la geografia della casa dove vivo perché io la ispeziono dentro fino nei particolari. faccio un esempio. io di questa casa so il numero degli scalini gli zoccoli le tinte le lastre di pietra il colore che hanno. materiale dei tubi di piombo ghisa ferro geberit che girano fuori nel cortile. i vetri smerigliati. maniglie ottone. inferriate di bagni che si affacciano sulla tromba delle scale. tipo di smalto lucido opaco satinato. lampade e lampadine che le cambio io. anche basso consumo adesso. targhette delle porte i campanelli il pulsante che si schiaccia il materiale ottone o legno. poi. macchie nell’intonaco che io le conosco tutte e se uno le guarda bene bene come me vede la geografia delle macchie e le sfumature causa l’umidità sembrano isole paesi strani. mi dispiace anche tanto coprirle poi con lo stucco e il colore di ritocco perché così mi tolgo una parte di geografia. se sono capace certe riparazioni le faccio io e scrivo la nota spese e faccio anche un disegno come si deve. nelle cantine so tutti i mattoni e stato e consistenza delle porte vecchie lo sportello arruginito della pattumiera in ferro che veniva giù. i fili che vanno dai contatori ai tubi. come sono fatti i tubi che vengono chiamati di corrugato nero e arancione o rosso e anche i diametri. sono canali che portano la luce elettrica come fiumi impetuosi africani. il padrone ch’è bravo mi dice: te Sergio sei la mappa vivente della casa. io gli ho detto: grazie. so la geografia della casa bene da capo a fondo. io l’ho disegnata anche su un quaderno dove tengo i conti e per ogni piano segno e disegno le variazioni del caso. sì. vado anche nel sottotetto o solaio e guardo bene lo stato dei travi di legno mando via i colombi che sporcano tutto e verifico stato tegole. quelle di riserva ben messe per riparazione che adesso sono 62. nel solaio è bello perché nessuno rompe le balle e mi fumo due sigarette tranquillo io guardo il mondo di fuori dalla finestra 3 se c’è il sole. guardo più in là e penso che io sono contento perché conosco tutta la geografia completa di questa casa dove abito da sempre in tutti i particolari dalla testa ai piedi come nessuno. e so che nessun altro ha fatto questo viaggio ispezione qui completo come lo faccio io. La figlia della signora Maddalena del primo piano è andata alle Maldive e me l’ha detto tutta superba. io ho detto: sì e basta. non le ho detto: tanto te non conosci nemmeno un centesimo di questa casa che io so tutto di lei dalla testa ai piedi.

io conosco l’anima di questa casa. persino i paesi strani delle macchie dei muri. lei no.

©Mario Biancco, 2012

 

Dolòre, dal lat. dòlor , sensazione spiacevole che affligge.

Il dolore non è opinabile. E’ diverso, per tutti; esistono vari gradi di sopportazione, ma non è che si può discutere. Il dolore è dolore, e massacra, imprigiona, terrorizza.

Il dolore – sia esso fisico che morale – rende schiavi.
Faresti qualunque cosa pur di non sentirne più.
Il dolore fisico, par strano, non si dimentica. Pure se ti sembra. Si installa in un angolo della memoria e appena provi qualcosa che vagamente somiglia a quel dolore antico, scatta la paura.
Il dolore, quando lo hai provato, non sei più la stessa. Magari migliore, ma mai uguale. Il punto, però, è che non ho mai pensato che “le disgrazie” rendano migliori.
Il dolore ti corrode, e basta.
E’ quando smetti di sentirlo che hai la possibilità di diventare diverso, migliore o peggiore, non so, ma hai la possibilità di cambiare. Perché intanto che lo provi, il male fisico (o  della mente), quello che non riesci a sentire o pensare altro, intanto che lo provi sei una belva in gabbia: cieco, sordo, quasi mai muto.

Le urla che ho sentito, e i pianti, e le preghiere, e le bestemmie.

Pare cosa sconcia scrivere o parlare del dolore. Pare impudico e di cattivo gusto.

Soffrire in silenzio, nelle mura di casa, nelle stanze d’ospedale, tra pochi intimi.
O se no, al contrario, campeggiare su un video, in trasmissioni televisive nelle quali se uno avesse la grazia di morire in diretta, torcendosi le budella, sarebbe così gratificante… Per l’audience e per tutti quelli che assistono, passivi o attivi, a uno spettacolo che ti toglie le forze da tanto è crudele.

Forse ciò che temo di più è l’isolamento in cui costringe il dolore.
La solitudine che cerchi e in cui ti costringono.

Questo paese ha il culto della sofferenza, non esiste una cultura del dolore (del non sentirlo, intendo), come se solo così, soffrendo, uno potesse meritarsi sia la vita che la morte.
Invece, ho questa bizzarra convinzione che il dolore sia un oltraggio.

Un giorno ho visto un uomo disteso su un letto, in ospedale. Non parlava, non piangeva, non si muoveva, a parte gli occhi, che gridavano.
L’ho guardato, e l’ho riconosciuto.
Era anche me.

 

 

@Barbara Garlaschelli, 2011

 

 

Fu subito dopo il funerale che Sandra decise di affrontare il lutto.

La morte del marito era stata inaspettata. Un incidente, in un attimo, l’aveva strappato alla vita e a lei. Tutto era stato così improvviso che ancora non riusciva a capacitarsene.

Sola, seduta nel salotto, cercava di percepire la sua assenza. Ma niente in quella stanza riusciva a evocarla. Riccardo era stato un marito premuroso, educato, introverso. Nel salotto non c’erano odore di sigarette, giornali sparsi, cuscini ammaccati. Niente che ne testimoniasse il passaggio o ne sottolineasse la scomparsa.

Si chiese se in seguito sarebbe subentrato un senso di attesa. L’idea che lui potesse riaffacciarsi a una cert’ora, quella di cena, e d’istinto guardò l’orologio. Si riscosse e decise di non avere fame.

Entrò nella sua stanza, contigua a quella di Riccardo, aprì uno spiraglio della porta comunicante, poi la richiuse decisa.

Si erano sposati tardi e ognuno, di comune accordo, aveva preferito mantenere le sue abitudini, le proprie notti, senza dividerle con l’altro. Era stata una scelta saggia che aveva loro permesso di affrontare la vita in comune senza troppi traumi. Neanche il passato era stato condiviso: ognuno il suo, scevro da drammi, svolto in due percorsi paralleli che si erano incrociati solo a metà strada, in modo calmo, senza lampi, mareggiate, incertezze. E senza figli.

Si spogliò degli abiti neri, si mise comoda, un ultimo sguardo alla porta chiusa, rimandando al domani quello che le sembrava una violazione.

Dormì di un sonno profondo, senza sogni, si svegliò riposata. Serena. Poi si ricordò del suo stato, ne avvertì con un certo fastidio i doveri e l’incombente impellenza.

Ignorò il fascio di telegrammi in ingresso, gironzolò per il salotto, infine si decise ad affrontare la stanza del marito.

Era come lui l’aveva lasciata il giorno dell’incidente: tutto era in ordine. Si diresse alla scrivania per cercare i documenti che le erano necessari. Frugare nei cassetti la mise a disagio. Polizze, ricevute, estratti bancari, rigorosamente schedati. Solo l’ultimo conteneva delle carte più personali: foto dei genitori, della laurea, ritagli di giornale concernenti la sua carriera e qualche vecchia agendina. Le sfogliò distratta: appunti di lavoro risalenti ad anni remoti. Da una cadde una violetta appassita. Nient’altro.

La guardò perplessa, poi quel fiore le fece scattare un moto d’invidia.

Qualcosa dunque nel passato di Riccardo, una piccola crepa, doveva aver incrinato per un attimo la liscia superficie della sua vita.

Lei invece non aveva nulla che la facesse soffrire e questa assenza di dolore la colmò di un vuoto devastante.

©Gloria Gerecht, 2012

E’ difficile gioire in giornate come queste, ma la vittoria di Non ti voglio vicino del Premio Letterario Chianti Narrativa e il calore, l’accoglienza, l’affetto e la stima che ho raccolto in questa occasione, non la dimenticherò mai. Un premio importante che dà la possibilità agli autori di vivere l’emozione di conoscere chi li ha votati e non, tutti mossi dall’amore per i libri che tutti ci accomuna: autori, lettori, organizzatori. A tutti va il mio grazie, di cuore.
E’ con orgoglio  che mi ripeto: Non ti voglio vicino è arrivato tra i 12 finalisti allo Strega 2010. Ha vinto il premio Matelica- Libero Bigiaretti (2010); il premio speciale Unibersità di Camerino; il premio Alessandro Tassoni (2011)e, ora, il premio Chianti.
Ed è con amore che dedico tutte queste vittorie a mio padre Renzo, mia madre Franca, al mio caro amico Antonio Ruggiero. E a Giampaolo, il compagno della mia vita.


Vi racconto una storia. C’è una ragazza di quindici anni: bella, sana, piena di vita. Il suo corpo è ben tornito, è molto alta per la sua età. Appassionata di lettura, ha un sacco di amici, dei genitori fantastici con i quali va molto d’accordo, un accordo che è intesa e sintonia, amore e rispetto. E’ impegnata a vivere e a divertirsi, a crogiolarsi talvolta in una malinconia sottile ma  una vita adolescente senza lacrime e piccoli dolori interiori, che vita adolescente è?

La ragazza è un corpo vitale e una mente vorace.

La ragazza è energia allo stato puro.

Da poco ha cominciato a comprendere i richiami del suo corpo, ad apprezzare l’armonia delle sue curve pur sentendosi troppo abbondante (ma è un’adolescente e solo nella maturità una donna riuscirà ad apprezzare le curve sinuose del panorama di se stessa).

La ragazza è viva.

Poi succede che la ragazza incontri il mare che ha sempre amato, e forse quel giorno è un poco più distratta del solito (e di solito è molto distratta) e si butta in acqua, e nell’acqua la sua seppur dura testa si schianta con la solidità imperturbabile di una pietra. Morbida carne contro dura pietra si sa già chi perde.

Lasciamo da parte tutto il resto (il dolore, la paura, il rischio di morire, le ambulanze, le ferite, le lacrime sue e di chi la ama), lasciamo da parte tutto e concentriamoci sul suo corpo.

Il suo corpo che c’è ma non c’è più.

Le sensazioni che, di colpo, si trasformano in altro, qualcosa che non si può spiegare a parole, anche se i medici ne hanno di perfette e cripticamente sconfortanti da snocciolare (mielolesa, tetraplegica con lesione totale del midollo osseo all’altezza della quinta vertebra cervicale, paralisi totale agli arti inferiori e superiori, ecc.).

Il corpo c’è, non si muove, non sente ma c’è, e sente. Il suo corpo è un paradosso. Sente cose che nessuno può descrivere, che sono in bilico tra dolore e inconsistenza, come colori che si mischiano e perdono la loro purezza formando però altri colori, più confusi e difficili da definire, ma colori, questo è innegabile.

E’ una sinfonia non stonata ma incomprensibile.

Questo corpo, che esiste, c’è, è, però, diventato altro e non sarà mai più come prima.

E’ diventato un corpo diverso e anche il mondo è diventato un posto diverso, non più facile come lo era prima, non più scontato e affrontabile da sola.

Il mondo, adesso, è un posto dove devi chiedere in continuazione: aiutami.

Un posto che si è ristretto, d’improvviso, ed è diventato inaccessibile, a volte. Taluni luoghi lo saranno per sempre, e non importa pensare “non ci sarei mai stata comunque”, perché non c’è più possibilità di scelta.

E qui siamo giunti a un altro nodo cruciale del viaggio: la possibilità di scegliere.

Scégliere, contratto dal latino EX-ELIGERE. Separare la parte migliore di una cosa dalla peggiore, quindi Eleggere ciò che par meglio”.

Ecco, ex-eligere non è più possibile.

Quindi, la riflessione che ne consegue è: abile è colei o colui che ha la possibilità di scegliere per sé ciò che par meglio, mentre per un disabile la possibilità si riduce moltissimo.

E non è questione di opinione, volontà, tenacia o altro.

E’ un fatto non opinabile.

La ragazza è insieme al suo corpo, da sempre. Cambiato o no, è il suo. Mutate le condizioni e le percezioni, continua la sua vita. Ha anche fatto molte scelte, ma non tutte quelle che avrebbe potuto e dovuto in altre condizioni.

E, a questo punto, inviterei a non pensare che “questo vale per tutti”, perché non è così e pensarlo sarebbe miope e fuorviante. Perché pensare che “vale per tutti”, che “siamo tutti uguali” ha comportato il fallimento, in questo paese e nel mondo, dell’impegno culturale e politico, architettonico e civile di costruire pensando alle diversità, di qualunque genere esse siano.

©Barbara Garlaschelli, 2011

Amore mio,
questo sarà l’ultimo compleanno trascorso insieme. Domani me ne andrò lontano da te. E’ l’unico modo che conosco per poter ricominciare a vivere. Ritornare a essere il centro e al centro della mia vita. Amare te è essere incatenata a un sogno. Riuscire a riamare me significherà immergersi nella realtà. Di nuovo, prepotentemente.
Non smetterò di amarti. Mai smetterò di farlo. Persino quando ti avrò dimenticato non smetterò di amarti.
Osservo questa luna piena che buca il cielo nel suo cerchio perfetto. Algida, lontana, immota. Vorrei essere questa luna, ora.
Bianca, morbida, carezzevole.
Lontana.
Porterò con me il peso delle tue mani sul mio corpo. Le carezze che scivolano tra le gambe e si soffermano, in una conchiglia calda e umida, in attesa. Il tuo sorriso complice che si aggancia ai miei occhi come un amo. I tuoi occhi che fanno sosta sulle mie curve e riposano lo sguardo nei miei occhi. Il tuo odore.
Depongo il mio amore per te come un guerriero sconfitto depone le armi.
Voglio tornare a essere libera.
Può un guerriero sconfitto riacquistare la propria libertà?
Sì, può.
A prezzo della vita.
E la vita è sempre il prezzo richiesto.
Riappropriarmi del tempo che ora è solo un abito per te.
Lo rivoglio io.
Voglio indossarlo e mostrarlo al mondo.
Secondi minuti ore di cui mi vestirò, senza di te.
Sarò l’ombra che ti accompagna. Le parole che nessuno ti ha detto. I silenzi che intrecciano le tue corse. Gli spigoli non smussati del tuo cuore. Le emozioni che si avvitano nel tuo stomaco.
E, allontanandomi, riprenderò il ritmo dei miei passi.
Ascolterò il pulsare del mio sangue nelle vene.
Mi riconoscerò all’istante guardandomi allo specchio.
Non più il sorriso per te, ma per me.
Sarò il mio dentro e il mio fuori.
Ho lasciato che tu mi invadessi.
Ogni centimetro di pelle, ogni molecola.
Così piena di te da non riuscire più a respirare.
E’ tempo di ricominciare a farlo.
Metterò penne e quaderni in una borsa e me ne andrò. Tutto ciò che mi serve per vivere.
E fotogrammi di noi.
La tua casa di fronte al mare.
Tu che appoggiato al davanzale mi fai un cenno di saluto mentre sono in strada.
L’impronta del tuo corpo sul materasso dopo che ti sei alzato per fare la doccia.
Il tuo respiro nell’orecchio mentre ansimi ed entri in me, come un’onda in un anfratto.
Il nostro amore sparpagliato per la stanza, esploso nei vestiti sparsi.
La tua voce profonda. Il tuo cauto modo di parlare.
Sorrido alla luna ed è come sorridere a te.
La stessa distanza.
La stessa algida bellezza.
Qualcosa da cui fuggire.
Per poi ritornare, magari, chissà…
Si torna alla luna?
O la si fugge soltanto?

©Barbara Garlaschelli, 2002

gatto che gioca col topo
E un giorno avevo il gomitolo. Lo lanciai lungo il corridoio.
Si svolgeva come avrei voluto si svolgesse la mia vita.
Volevo vedere la fine e allora io lo seguivo con gli occhi.
Il gatto inseguiva il gomitolo, il cane inseguiva il gatto che inseguiva il gomitolo, mia madre inseguiva il cane che inseguiva il gatto che inseguiva il gomitolo.
E mamma prese il gomitolo.
E no!, disse mamma. E disse pure che non siamo al parco, e che il gomitolo deve stare nel cesto delle lane. E che io no, non sono ordinato. Mai stato ordinato.

E un giorno avevo il soldatino che si carica con la chiave dietro la schiena.
E lui camminava un-due’ un-due’, come i miei sogni.
E io lo seguivo un-due’ un-due’ come appresso ai miei sogni che chissà dove andavano e cosa mi regalavano. I miei sogni.
Il gatto inseguiva il soldatino, il cane inseguiva il gatto che inseguiva il soldatino, mia madre inseguiva il cane che inseguiva il gatto che inseguiva il soldatino un-due’ un-due’. E mamma prese il soldatino.
E no!, disse mamma. E disse pure che non siamo in cortile, e che il soldatino deve stare nella scatola dei giochi. E che io no, non sono ordinato. Mai stato ordinato.

E un giorno avevo le monete. E le facevo ruzzolare sul pavimento. Poi volevo vedere se era testa o se era croce. Come la mia sorte.
Chissà se era testa o croce, la mia sorte. Le monete ruzzolavano e io allungavo il collo per vedere…testa o croce la mia sorte?
Il gatto inseguiva le monete, il cane inseguiva il gatto che inseguiva le monete, mia madre inseguiva il cane che inseguiva il gatto che inseguiva le monete. E mamma prese le monete.
E no!, disse mamma. E disse pure che non siamo i ragazzacci di marciapiede che giocano a soldi, e che i soldi devono stare nel salvadanaio. E che io no, non sono ordinato. Mai stato ordinato.

E un giorno c’era silenzio. Il cane rosicchiava un osso. Il gatto mangiava un polmone.
E mamma era in cucina.
Ma anche in camera da letto.
E pure in bagno e persino in salotto.
Insomma ho messo i pezzi dove capitava. Mai stato ordinato.

©Enrico Gregori